Il domicilio come setting di cura: per ripartire dal territorio servono indicazioni nazionali

Regioni e singole aziende sanitarie hanno problemi e sfide particolari, ma per riuscire a raggiungere la continuità assistenziale e superare l’organizzazione ospedalocentrica del Ssn, servono indicazioni comuni a tutti, soprattutto per quanto riguarda gli aspetti organizzativi. È questa la richiesta comune dei manager che hanno partecipato al Sanitalk di Sanitask dedicato al domicilio come setting di cura.

Da molti anni in Italia si parla di uscire dalla concezione ospedalocentrica della sanità potenziando maggiormente il territorio e puntando sulla continuità assistenziale. L’ultimo anno e mezzo ha portato alla luce tutti i problemi irrisolti e si è imposta sempre più la necessità di gestire il paziente al suo domicilio, almeno per quanto riguarda la fase cronica della malattia.

Facile a dirsi, un po’ meno a farsi. Un panel di esperti si è confrontato sulla questione durante il Sanitalk dal titolo “Il domicilio come setting di cura”.

Per Pier Luigi Bartoletti, vice segretario nazionale vicario Fimmg (la Federazione italiana medici di medicina generale), “la pandemia ha reso evidente anche carenze di regioni per altri aspetti virtuose, come la Lombardia, nella gestione della domiciliarità. Dal mio punto di vista ha funzionato il rapporto di fiducia tra medico e paziente, ma la medicina generale non è stata abbastanza pronta a reagire, come del resto l’intera organizzazione sanitaria”. Per Bartoletti “servono strumenti di gestione ma anche responsabilità chiare per la medicina generale: finora abbiamo amministrato il territorio, adesso lo dobbiamo gestire”.

Sebbene il Piano di ripresa e resilienza (Pnrr) dedichi ampio spazio al territorio, Dario Manfellotto, presidente Fadoi (la Federazione delle Associazioni dei Dirigenti ospedalieri internisti), ha sottolineato come “Paesi con una tradizione territoriale più sviluppata della nostra hanno avuto gli stessi problemi. Forse abbiamo una concezione vecchia di territorio, che andrebbe ripensato con una chiave diversa”. Nel Pnrr si parla della costituzione di Case di Comunità: “Che cosa significa? Come saranno organizzate? Se la gestione sarà solo infermieristica, chi si occuperà della parte clinica? Queste sono alcune delle domande cui dovremmo provare a rispondere”.

 

Quali sfide

Luca Baldino vicepresidente Fiaso (la Federazione italiana Aziende sanitarie e ospedaliere) e Dg dell’Azienda Usl Piacenza ha evidenziato come, dal suo punto di vista, l’Italia si sia spaccata in due nella gestione della seconda ondata: “Se escludiamo la prima che ha preso un po’ tutti di sorpresa, nella seconda abbiamo visto che ha reagito meglio chi era storicamente più forte a livello territoriale. Noi per esempio abbiamo attivato la gestione sul territorio del paziente, con la collaborazione delle Usca, dei mmg e delle Case della salute. Facendo questo, abbiamo registrato un impatto sull’ospedale molto inferiore rispetto alla prima ondata”. Per riuscire a mettere in campo queste azioni, però, servono risorse e serve organizzazione. “È necessario anche un certo tipo di atteggiamento culturale – ha affermato l’esperto – Uno dei problemi che noi Dg abbiamo avuto in passato è far capire anche all’esterno, per esempio ai sindaci, che la sanità non è solo ospedale. La sfida è duplice: da una parte sistematizzare quello che già c’è, dall’altra sviluppare contenuti nuovi che possano essere mantenuti anche nella fase post-Covid”.

Paolo Da Col, responsabile del Centro studi Card e Direttore sanitario Rsa Casa di Cura Igea di Trieste ha alzato ancora di più l’asticella: “In futuro dovremo riuscire a implementare le cure domiciliari anche per quello che riguarda la fase acuta della malattia. Per questo è necessaria per esempio un’alleanza con il network della non autosufficienza. La continuità non è nell’assistenza, ma nella buona cura: il persone della home care deve essere altamente qualificato e la digitalizzazione deve essere spinta. In questo momento la tecnologia è prontissima, ma manca l’organizzazione. Serve un cambio di passo culturale e meno interesse particolare di categoria”.

 

Uniformare il territorio

Arturo Cavaliere, presidente Sifo e direttore della Farmacia dell’Asl di Viterbo ha affrontato il nodo della distribuzione dei farmaci, “che in Italia segue modelli fortemente disomogenei. Non investire nella logistica e nei sistemi distributivi mettendo in rete i servizi significa compiere un errore grave”. La Sifo sta mettendo a punto un sistema di home delivery basato su una digitalizzazione accessibile all’intero team multidisciplinare che prende in carico un paziente. “Si tratta di un modello che va calato nelle Unità operative per la gestione della cronicità”, ha evidenziato Cavaliere.

Carlo Bottaro vicepresidente Federsanità e Dg dell’Asl 3 di Genova ha ricordato che “per quanto riguarda la telemedicina abbiamo situazioni molto diverse dentro stesse regioni, ma anche all’interno delle stesse aziende. Ho notato che laddove ci sono professionisti con un’età media più bassa è più facile riorganizzare il lavoro. Non è un percorso facile, ma serve un disegno di fondo nazionale che andrà poi adattato a ogni singola realtà”.

A questo proposito Luca Baldino ha ricordato che “l’innovazione ha due momenti: quello in cui viene creata e quello in cui viene diffusa. Consentire sperimentazioni diverse, soprattutto in questa fase, lasciare un po’ di libertà, può essere utile. A questa deve però seguire una seconda fase in cui viene fatto ordine e si selezionano le sperimentazioni migliori per diffonderle in modo omogeneo all’intero territorio nazionale”.

Michela Perrone

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